Le vicende storiche della Terra di San Benedetto

Sintesi

La Terra di San Benedetto fu un vero e proprio stato, “incuneato nella Penisola, dall’Appennino al Mare, spesso arbitro della politica dell’Italia, come base per l’accesso e il possesso del Mezzogiorno, una forza per la difesa della Chiesa di Roma, per la diffusione e la tutela della civiltà cristiana, per la vita religiosa d’Italia”.

(Tommaso Leccisotti – Presentazione del testo di Fabiani “La terra di S. Benedetto” vol 1)

“Alle porte del Mezzogiorno d’Italia, verso la metà del secolo VIII aveva origine il dominio
temporale dell’abbazia di Montecassino. Esso per la vastità dei possedimenti che lo formavano, per l’immenso prestigio religioso che il monastero, culla del Monachesimo d’Occidente, godeva
nell’orbe cattolico e per la grande importanza politica che lo stesso ebbe nella storia del medioevo, assurse a tanta potenza da divenire secondo soltanto al dominio temporale dei papi, dei quali fu,
anche per la prossimità territoriale, uno strumento validissimo per l’esercizio dell’influenza e della autorità della Chiesa sugli Stati meridionali”.

(Luigi Fabiani – Introduzione a “La terra di S. Benedetto” vol 1)

Le tappe della storia

717 L’abate Petronace ricostruisce il monastero distrutto nel 577 dai Longobardi
744 Gisolfo II, duca di Benevento, dona al risorto monastero un vasto territorio che ebbe la denominazione di Terra Sancti Benedicti.

Storia che si sviluppa in tre epoche:

  • La prima va dalla donazione di Gisolfo II, duca di Benevento, alla distruzione del monastero ad opera dei Saraceni (744-883)
  • La seconda dal ritorno dei monaci da Capua alla espulsione dei Normanni dalla Terra di S. Benedetto ad opera dell’abate Richerio (949 – 1045)
  • La terza da questo evento alla morte dell’abate Bernardo I Ayglerio (1045 – 1282) ed oltre.

Prima età: Organizzazione della proprietà fondiaria secondo il sistema curtense Piccoli monasteri detti cellae, sorsero sul territorio nell’ultimo decennio dell’VIII secolo e nel primo quarto del secolo IX: Sant’Angelo in Valleluce – S. Andrea – S. Apollinare – S. Elia – S. Stefano.

Erano organismi ordinati sul tipo delle curtis, dove i villici lavoravano le terre site intorno alle celle stesse e godevano delle pertinentiae, cioè dei boschi e dei pascoli circostanti, per l’esercizio degli
usi civici essenziali. Sulla curtis dominava l’autorità del preposito e dei monaci, i quali insieme ai dipendenti attendevano alla coltivazione dei campi.

Il monastero del Salvatore (che sorgeva dove ora si trova la Chiesa Madre) funzionava da curtis major.

Questo ordinamento durò fino all’883, quando il monastero di Montecassino, quello del Salvatore e tutte le celle vennero saccheggiati dai Saraceni e i monaci fuggirono a Teano e poi a Capua.
La seconda epoca è l’età della colonizzazione e delle fortificazioni della Terra di S. Benedetto.

Durante il periodo di lontananza dei monaci, questa terra rimase spopolata, incolta e smembrata tra i signori vicini. L’abate Aligerno, tornato a Montecassino con i suoi monaci nel 949, agì energicamente per rivendicare i terreni usurpati, chiamò a ripopolare l’agro cassinate agricoltori della Marsica non devastata dai Saraceni, agricoltori ai quali concesse terre a condizioni favorevolissime, cioè dietro la corresponsione della settima parte del grano, dell’orzo e del miglio, e della terza parte del vino.

Tutto il resto era lasciato alla loro disponibilità. Aligerno provvide subito a costruire la Rocca Janula, il castello di Sant’Angelo a Theodice e la Torre di San Giorgio. Seguì un vasto e organico
piano di fortificazioni che dette alla Terra di S. Benedetto un aspetto guerresco. Il ripopolamento e la messa a coltura delle terre e la costruzione di opere militai costituiscono le basi su cui sorgerà il Comune rurale nel secolo XI.

La terza epoca ha inizio con l’espulsione dei Normanni dalla Terra di S. Benedetto.
Nel 1018 un gruppo di Normanni superstiti della sconfitta di Canne fu assoldato dall’abate Atenolfo e posto a difesa delle proprie terre, nella fortezza di Pignataro. Costoro, inizialmente disciplinati, rispettosi ed obbedienti agli abati, resero ottimi servigi, successivamente crebbero in potenza tanto da lasciar temere che si sarebbero impadroniti della Terra di S. Benedetto. L’abate Richerio, uomo risoluto ed energico e tempra di guerriero, nel 1045 riuscì ad espellerli dalle sue terre.

Temendone la vendetta approntò la difesa della sua signoria con elementi indigeni. Ordinò a tutti gli agricoltori di andare a risiedere presso le rocche, attorno alle quali costruì abitazioni che circondò di mura. Sorsero così i centri abitati, incominciò la prima vita comunale ed ebbe inizio la formazione di una milizia indigena che costituì, poi, la classe dei nobili, cioè quella degli uomini d’arme: i milites.
Si formarono due categorie sociali,

• quella dei rurali (angariarii) soggetti alla corresponsione del terratico e pesi vari e alla
prestazione di opere,
• e quella dei milites tenuti a fare la professione delle armi al servizio del monastero, perciò
esentati da vari pesi, tributi e prestazioni.
In corrispondenza, le terre vennero anch’esse a dividersi in due categorie,
• le terre de servitio (quelle degli angariarii)
• le terre sine servitio (quelle dei milites)
Si organizzò l’universitas civium e si formarono le consuetudines terrae.
Nel corso di quest’ultima epoca vanno considerati tre momenti importanti per i loro riflessi nella
vita dell Terra di S. Benedetto
• l’unificazione dello stato Normanno,
• il regno degli Svevi,
• l’avvento degli Angioini.

Con l’unificazione del regno di Sicilia ad opera di Ruggero II, Montecassino, signoria autonoma e indipendente per tre secoli, perse la sua libertà ed indipendenza e, serrato nelle morse della ferrea
organizzazione statale normanna, venne ridotto alla soggezione feudale della Corona.
Dopo la fine del regno Normanno Montecassino riacquistò la sua piena immunità per breve tempo, con l’ascesa al trono di Federico II questa venne prima limitata e poi addirittura soppressa.
Enrico VI aveva donato terre a Montecassino, aveva riconosciuta la giurisdizione civile e concessa quella criminale. Federico II revocò le concessioni del padre e nell’ultimo periodo del suo regno
espulse i monaci da Montecassino che fu trasformato in un covo di ladroni per ben ventisei anni.
Con l’investitura del regno a Carlo d’Angiò, i benedettini poterono tornare sul sacro Monte e rientrare nel pieno possesso della Terra di S. Benedetto e dei loro diritti, immunità e privilegi.

L’abate Bernardo I Ayglerio restaurò il patrimonio andato in rovina, accertò i diritti del monastero, gli obblighi dei sudditi, gli usi consuetudinari e li codificò. Fissò anche i confini dei territori di
ciascun castello, al fine di evitare che le contestazioni di essi dessero luogo al ripetersi di aspre contese e gravi fatti di sangue fra le popolazioni soggette.
Dopo Bernardo incomincia per Montecassino un periodo di decadenza che, alternata da rinnovate riprese, diviene profonda sotto gli abati commendatari.